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  angelica
 
Diario
 


Vivo di incanti sottili.
Oppure non vivo.




























  
  
  








  





















 















































































































    



















































6 maggio 2005

From Callas to Maria

Nello specchio non so mai quello che vedrò.
Lo sguardo fiammeggiante che condivido con Norma, e con Violetta, e con Tosca, e con Leonora, io non riesco quasi mai a vederlo.
Ho voluto, ho dovuto, stravolgere i lineamenti pesanti, e la goffaggine, e l'emarginazione di Maria nei profili inaccostabili di un sogno. Da condividere con tutti.
Ma Maria è rimasta lì, dietro lo specchio. A reclamare i suoi diritti. A volere ad ogni costo starsene fuori dal mito. A odiarlo, anche.
A pretendere, con arroganza silenziosa, quell'amore che io per prima le ho negato. Imponendo a Maria di trasferirsi non solo nei sogni perlacei e musicali che avevo con lei in comune, ma anche nei cieli astratti di mondi spocchiosi con cui invece Maria non aveva nulla a che fare.
Eppure. Dovevo. Devo.
Ananke, la Necessità. Per i Greci, ad Ananke soccombevano perfino gli dei.
Vorrei strapparmela di dosso, a volte, questa Necessità. Con gli abiti di scena e le parrucche.
Ecco. Avete amato la Callas. Riuscite ad amare anche Maria, adesso?
Comprendetemi. Avete visto e amato in me quello che il vostro sogno vi imponeva di vedere. A volte anche io so vedermi con gli occhi del mio sogno. E so di essere, anche, Norma, e Violetta, e Leonora. Sono io stessa il fantasma fluttuante del mio sogno di bellezza, e d'amore. A volte.
Finchè Maria non riprende il sopravvento.
E Maria riprende quasi sempre il sopravvento.
Non posso dimenticare Maria, comprendete?
Se sono la Callas, è perchè è da Maria che ho tratto vita e luce.
Sono farfalla, e sono crisalide. Non posso dimenticarlo. Non potete dimenticarlo.
Perchè ve lo dimenticate?
Mazzi di rose ovunque.
Ma, sul comodino, nessuna rosa privilegiata a cui accordare un posto privilegiato.
Come Callas sono troppo.
Come Maria sono troppo poco.
Per non pensarci, gioco. Gioco con i miei abiti eleganti, con i miei maquillages estremi, con i jet e con le navi che mi trasportano a cavalcare leggera, come una disciplinatissima amazzone, i sogni che devo interpretare.
Sono stata destinata a questo.
E a mortificare, o a tenere nascosto, tutto quello che potrebbe confliggere con ciò che da Callas si vuole.
In quanti sanno, e potrebbero accettare, il fatto che uno dei miei più grandi divertimenti siano i film di cowboys? Films fatti di nient'altro che di corse a cavallo, di duelli, di praterie e di cielo.
Films in cui Callas si toglie gli abiti da scena, e in cui Maria può finalmente respirare in libertà, senza che nessuna delle due sia di peso all'altra.
Films in cui Ananke, la Necessità, sorride e si diverte con quella leggerezza che a Maria e a Callas ha sempre negato.
Solo in scena Maria e Callas si ricongiungono.
Sognando l'una i sogni dell'altra.
Protette entrambe dalla provvidenziale miopia che trasforma la platea in una nebbia indistinta in cui si smarriscono gli echi d'amore e di morte che con tenerezza violenta -incomprensibile a tutti, e a me stessa incompresa - mi scorrono in gola, e nelle vene.

 




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5 maggio 2005

Domenica di Novembre

Grado, d'autunno, le piace. Le piace sempre il mare oppresso dal peso dell'assenza dei clamori estivi. E Grado, d'autunno, le piace in modo particolare. Non è più che un fazzoletto grigioazzurro di onde, di sabbia, di laguna, di palazzi di pietra, steso ad asciugare al sole sibillino e distante di novembre. Un fazzoletto da percorrere palmo a palmo, inerpicata sugli stivaletti altissimi di pelle nera in cui Silvana si sente ben più a proprio agio che nei sandali -sempre troppo genericamente estroversi, confidenziali. Poco elusivi. Risuonano, i tacchi a stiletto, nelle navate semideserte della basilica romanica al centro della piazzetta ventosa che, come sempre, Silvana ha voluto visitare. E, come sempre, Vittorio ha ironizzato sulla sua attrazione irresistibile per le chiese; segno, "quantomeno", di cattiva coscienza da parte di un'atea dichiarata. Osservazione prevedibile. E risposta -tra l'irritato e il caustico- a sua volta scontata. Ma Silvana non ha voglia di tenergli il broncio. E' passato anche il tempo dei risentimenti silenziosi. Due vecchi amanti disarmati. Disarmati come la spiaggia e il mare d' autunno. Ecco cosa sono. "Ti sei pentito di avermi invitata qui, oggi. Vero? " Silvana lo precede, sulle rive, barcollando un poco nel suo procedere sui tacchi intralciati dai dossi umidi del bagnasciuga "Io cedo volentieri a un pomeriggio tranquillo e indolente, in cui nulla succeda. Ma tu? Tu sei una vita in fuga da tutto questo." "E tu pensi davvero, Silvana, che sia possibile fare durare in eterno il gioco della reciproca inafferrabilità? Il bisogno di svelarsi anche nel proprio desiderio di pace, di serenità immobile, lo avverto anche io. Non mi disturba affatto. Volendo, posso perfino farmelo piacere." Il tono, e lo sguardo distratto di Vittorio, smentiscono una per una tutte le sue parole.Si ferma a guardarla camminare. "Sei incredibilmente e adorabilmente goffa, con quegli stivaletti. Togliteli." "Ma sei scemo? Vuoi che mi prenda un accidente?" "Togliteli, ho detto." E' un attimo che la trafigge, che la squarcia in due. Vittorio si volta verso di lei, ghermisce il suo sguardo, restituendoglielo in scintille che saettano sulla pelle nuda, gelata, immobile sotto il vento salmastro che soffia dal mare, e che la sferzano a sfilare, tremante, gli stivaletti. "Togliti anche le calze." "No." "Obbedisci, Silvana. Togliti anche le calze. E corri fino al molo." "Sei un pazzo." Silvana evita di incrociare ancora i suoi occhi. E si sfila anche le calze. "Sei un pazzo!" ripete, con forza, quasi gridando. E' la sua unica ribellione. Ora deve correre. E corre. Corre verso il molo, a capelli sciolti e serpentini nell'aria gelida. Corre mentre le ciocche ribelli al vento le flagellano il viso, corre con il cuore conteso tra ansia ed eccitazione, corre con un'irruenza così folle e disperata da mettere in fuga uno stormo di placidi gabbiani appollaiati sulla darsena. Lanciano le loro grida, i gabbiani in volo verso le nuvole grigie e umide di pioggia. Grida che sembrano giungere da un altrove remoto, oltre tutti i cieli e oltre tutti gli oceani. Come un presagio, come un monito,come un rimpianto. Silvana si dissolve in quell'eco metafisica, che travolge del tutto ogni resistenza razionale a quello che, ora, avverte con le stigmate violente e dolorose di un destino ineludibile. Vittorio l'ha raggiunta al molo. Sta terminando di fumare la sigaretta. Silvana, gli stivaletti nella borsa, i capelli al vento che cerca di raccogliere in una provvisoria crocchia dietro la nuca, lo guarda con un'aria smarrita, e vaga. "Ecco, Silvana. Ora sì. Ora ti riconosco. Ti riconosco solo quando deponi quella dannata aria da carrierista che hai indossato fino a cinque minuti fa." "Sei un pazzo" ripete lei, stancamente "Tu lo sei quanto me. Quella luce folle nei tuoi occhi, Silvana! Una zingarella in ceppi. Una camoscia azzoppata. E' così che tu sei. Ed è cosi che io ti voglio." La stringe, lei sfugge. Come una bestia braccata, punta istintivamente al riparo. Alle cabine deserte. Vittorio la raggiunge. La spinge contro una parete gelida e polverosa. L'afferra per i capelli, e le inchioda il viso tra le sue gambe. Nel procedere convulso, rigoroso, e meccanico dell'ordinario rituale che inquadra, ed esaurisce, da sempre, ogni impennata emotiva della loro storia. Tutto come al solito. Incluse le lacrime di Silvana che accompagnano il crescere e il deflagrare dell' eccitazione di Vittorio. Lei esce dalla cabina per prima. Là fuori c'è una fontana. L'acqua gelida le asciuga le lacrime e le dà la forza di parlare, mentre si reinfila calze e stivaletti. "Oggi è l'ultima volta, Vittorio." "Dici sempre che è l'ultima volta" "Oggi è finita.Io ho bisogno anche di altro. E voglio correre non solo per capitolare, ogni volta, allo stesso modo. Voglio correre, Vittorio. Magari goffa, magari da sola. Ma voglio correre." "Con quei trampoli ai piedi? Attenta, rischi di farti male, se non li togli." Silvana non lo ascolta. Corre verso il molo, sugli stivaletti. I gabbiani non fuggono più. Ora volano, lontano. Silvana ascolta le loro grida, senza pensare a null'altro che ai cieli sconosciuti e agli oceani inesplorati su cui volano, liberi, i gabbiani.




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3 maggio 2005

Greta del bosco


Il Merlo era taciturno e un poco burbero, l'Usignolo vago e tenero, il Passero timido e allegro, e insomma Greta in ognuno trovava un interlocutore e a volte un buon amico. A questo Greta pensava, senza in effetti troppo pensarci, mentre stendeva i panni al sole di maggio, cantando a un amore che non c'era, che non c'era più e che non sarebbe tornato. Eppure. "Tornerà" disse un piccione viaggiatore e informato, e serio, su una quercia "Deve ancora saltare un po' la cavallina. Ma tornerà." Greta gli lanciava un sorriso distratto, e non rispondeva. Lui se n'era andato così, quasi senza preavviso, e aveva lasciato da un giorno all'altro vuoto non solo il letto ma una nidiata di sogni progettati insieme, e mai nati. Greta aveva smesso di piangere, ormai. C'era il bosco. C'erano le nuvole. C'era il Dottore che ogni sera veniva a trovarla, a leggere la sua mano e il suo corpo e a dirle che era una dea in abiti di cotonina e scarpette senza tacco. E che doveva andare altrove, via, in città. Perchè lei era bella e viva e nel bosco era un fiore troppo pregiato per dividersi tra temporali e pleniluni capaci di scuotere e di illuminare solo arbusti selvatici e ginestre ruvide. E perchè era in città la vita che l'attendeva, che li attendeva.
"Ad attendere che cosa?" chiedeva Greta "La città attende quello che io non intendo offrirle. In città non serve un cuore."
Quando andava in città, Greta indossava , come si conveniva, calze di seta, tacchi a spillo e un cappello che la rendeva inaccessibile, e quindi desiderabile, e quindi desiderata. Rientrata a casa, si sfilava di dosso tutte quelle falsità cittadine che le erano rimaste appiccicate come la nebbia e la bramosia distratta di chi la guardava. E si sentiva, a suo modo, e stranemente, felice. Il suo cuore non era più un bersaglio. Fiamma celata luminosa e gentile destinata a riscaldare un altro cuore che non aveva più un nome, o che non aveva ancora un nome. Un cuore che, come il suo, avrebbe saputo parlare con le rondini e con le primule. Ed essere di casa tra gli abeti e i cirri briosi nel cielo. Il Dottore tutto questo non intendeva. Per lui, Greta era solo una donna da amare, una donna che non si sentiva amata, e dunque una donna necessariamente insoddisfatta. Facevano l'amore, ogni tanto. Ma Greta restava nel letto, perfettamente consapevole. Senza strappare al cielo lembi di fuoco improvviso, senza lottare contro uragani che la scagliassero altrove.
"Non mi ami?" le chiedeva
"No. Tu sei un uomo." replicava Greta, distrattamente, rimettendosi a posto le forcine tra i capelli.
"Tu sei una pazza" il Dottore la tratteneva, con rabbia. Ma, in quei momenti, non c'era nulla da fare. Greta era distante. Prendeva quel po' di piacere che lui le dava, come una gatta capricciosa e indolente, e poi per quel giorno lo cancellava, come una faccenda noiosa.
"Vieni con me in città, Greta. Ci sono negozi, e teatri, e caffè, e palazzi. Sarai la moglie di un uomo importante e rispettato. Non dovrai fare altro che farti amare, ammirare ed invidiare."
A quei discorsi, Greta aveva smesso da tempo di rispondere. Lui dalla città le portava ogni volta delle stecche di sigarette. Sapeva che a una sigaretta Greta non poteva rinunciare. Il fumo la scaldava e la rendeva lucida e folle. Lo stato d'animo che lei prediligeva. Consumarsi. Un tributo un poco perverso pagato a qualche oscura volontà di espiazione che dalla terra le urlava di obbedire e di piegarsi. E che, a volte, le chiudeva gli occhi di lacrime. Di così tante lacrime da toglierle il fiato e il respiro. E, quelle volte, erano come sempre i pettirossi e le viole a soccorrerla.
Gli uomini non erano, come si dice, cattivi. Gli uomini erano volgari. Di tutti, o quasi, si sentiva addosso il fiato speso ad annaspare in chiacchiere corrive. In commenti che stringevano ogni donna incrociata nella valutazione spicciola di quale e quanto piacere avrebbero potuto trarne una volta persuasa a farsi domare. Dagli uomini, oltre alla breve eccitazione di vederli ai suoi piedi, e al subito dimenticato piacere di un letto occasionalmente condiviso, che altro c'era da attendere? Greta curava il suo cuore, lo lasciava respirare con le stagioni. Fiorire con il gelsomino di maggio ed esplodere nei temporali di agosto e sorridere con le farfalle e con le chiocciole. Non era sola. Aveva il suo cuore. E il bosco sapeva averne cura.
Greta spense la candela e si addormentò tranquilla, completamente dimentica dell'appuntamento col Dottore, la sera seguente.




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10 marzo 2005

" Io sono Heathcliff ! "

"I miei più grandi dolori in questo mondo sono stati i dolori di Heathcliff. Io li ho scrutati, e sentiti tutti uno per uno, sin dal principio: nella mia vita il più gran pensiero è lui.Se tutti gli altri perissero e lui restasse, anch’io continuerei ad esistere.E se tutti gli altri restassero e lui fosse annichilito, l’universo mi diverrebbe totalmente estraneo.Il mio amore per Linton è come il fogliame nei boschi. Il tempo lo muterà, lo sento bene, come l’inverno cambia le chiome degli alberi.Il mio amore per Heathcliff rassomiglia alle rocce eterne sotto terra. Una sorgente che dà poca gioia visibile ma necessaria. Nelly, io sono Heathcliff ! Egli è sempre, come nella mia mente: non come gioia, come io sono una gioia per me stessa, ma come il mio stesso essere". E. BRONTE ("Cime Tempestose")




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7 marzo 2005

Dunque, in giardin verrai?

Susanna mente. Nonostante questo, o forse proprio per questo, il duetto con il Conte resta consegnato alla mia memoria come "la" seduzione.
Susanna mente, per amore verso Figaro e per amicizia verso la Contessa. Ma la musica non manca di sottolineare il suo turbamento e la sua confusione, il suo stato di trance sottile verso il Conte alle cui trepide ed incalzanti domande Susanna risponde con sussurrata, sommessa, e sottomessa grazia.
Il Conte vuole il possesso carnale di Susanna. Ma la musica piega le sue parole a nostalgie e attoniti trasporti che ben trascendono l'intento del mero e segreto ripristino dello jus primae noctis. Gli archi, dall'orchestra, si rincorrono, interrogano, scrutano. Nella regia di Streher, poi, il Conte (eh, Wolfgang Brendel...) al termine del duetto afferra Susanna e la porta a sedere sulle sue ginocchia, ridendo.
Il duetto si conclude nella gioia dell'inatteso ritrovarsi, e in una tempesta di fiori e di cipria che sembra cadere addosso ai due "amanti".Tra i sorrisi dei violini che ribadiscono la loro plaudente complicità verso l'idillio clandestino.
"Le Nozze di Figaro" crescono con me.
A dieci anni adoravo Cherubino, a venti mi identificai completamente nella Contessa. A trenta ho iniziato a sentirmi Susanna.
Ascolto Irmgaard Seefried, il brio e la grazia e il sense of humour. Pausa in musica che mi travolge di bellezza ancora stupefatta, dopo oltre vent'anni di ascolto nelle edizioni più disparate, in disco e nei teatri, e dopo l' apprensione a memoria di tutta l'opera dalla prima all'ultima nota, dalla prima all'ultima parola.
E, ancora, l'incanto intatto. Incapace di deflettere di una spanna.
Fuori la neve è sciolta, la primavera gioca sorniona d'anticipo  tra le foglie e nell'aria.
Spalanco la finestra. Mi sento addosso un vestito leggero di biancospino e di viole, spengo la sigaretta e non mi preoccupo di vedere le mani che tamburellano sul vetro, nell'impazienza incontenibile sottolineata in musica dall'ultima aria di Susanna.
"Deh vieni non tardar".
Susanna che, ora, canta per il Conte.
Che ama il Conte, e non Figaro.
La Folle Journée di Beaumarchais termina dunque alla nostra maniera.
E del resto tu sei Conte fino al midollo.
Deh vieni non tardar.
Ti aspetto...




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7 marzo 2005

sorridere a, dopo che

E si insabbierà anche questa faccenda, e si continuerà a sorridere agli amici d'oltreoceano.
I brividi innanzi alle facce pentagonali in tivù ci sono ancora concessi. Forse.
Fino a che.
 




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3 marzo 2005

keine Angst

Arrivava, dal vento e dal freddo del Nord, con le valige piene di cioccolato e di bambole. Con l'eterna sigaretta, con l'aria un po' blasé di chi sa bene come la vita si faccia accostare solo da chi abbia appreso a guardarla attraverso un certo complice distacco. Con i capelli tagliati come la ragazza degli anni Trenta che era stata e di cui continuava a indossare la bellezza e l'eleganza dei film in bianco e nero di Lubitsch. Con il brio vigoroso da condurre infaticabilmente a spasso per concerti, mercati, mostre, negozi e librerie e montagne.
Credo di avere ereditato da lei la curiosa attitudine a guardare negli occhi anche i passanti come care conoscenze e quell'aggressività apparente che è invece la caratteristica di chi dai rapporti umani abbia sfrondato l'inessenzialità dei formalismi.
La nonna aveva imparato l' Italiano dai libretti d'opera e dalle poesie di d'Annunzio. Si rivolgeva a tutti col Voi. E quel repertorio d'altri tempi, indagato e offerto dalla sua voce di contralto nel timbro gutturale dei nordici, le creava immediatamente attorno una platea in ascolto stupefatto e attento. Il taxista, il macellaio, la commessa, la maschera al teatro dell'opera, il postino.
Era come stare in un film, quando arrivava la nonna.
La realtà si faceva interessante e misteriosa. Le ombre e le assenze e i margini prendevano vita. Come una giostra improvvisamente attivata da un carillon remoto.
La nonna era musicista.
Si era sposata a diciassette anni, e si era sposata con l'uomo che aveva scelto lei e che era giunto dall'Est con una borsa colma solo di sogni e di spartiti e di poesie.
Vicino al palazzo dove vivevano c'era un muro su cui la nonna, una sera in cui la birra aveva avuto la meglio sul buonsenso, aveva disegnato Hitler impiccato.
Nessuno aveva scoperto chi fosse l'autore di quel disegno. Ma i manovali del Reich lo avevano fatto sparire a stretto giro d'ore, imbiancandolo e soffocando le voci che lo commentavano.
La nonna era in un certo senso rivoluzionaria. Addirittura all'avanguardia rispetto a mia madre che, pur travolta in piena giovinezza dal sessantotto e dai suoi contraccolpi, rifiutava (e rifiuta) ogni nuova acquisizione sociale e di costume che andasse oltre le gonnellone zingaresche fino alle caviglie che furoreggiavano negli anni settanta, e oltre i dischi dei Beatles.
Fu la nonna che, nello stesso negozio di dischi in cui aveva scelto per me, con attenta competenza, l'edizione del Flauto Magico diretta da Otto Klemperer, mi comprò la colonna sonora di Grease.
E fu sempre la nonna a regalarmi la mia prima minigonna, con i bottoncini argentati.
La conservo con cura.
Come un piccolo testamento spirituale.
Sii libera. Non avere paura. Non avere paura di te stessa.
Non avere paura.
Keine Angst...
Keine Angst.




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1 marzo 2005

provvisoria

Esiste un momento in cui si comprende che il solco lasciato a terra è quello giusto, quello definitivo, quello che non sarà cancellato dalle onde?
Gloria vorrebbe dei bambini.
Ma in un mondo che i bambini non ama, Gloria è costretta a fare quel passo indietro che in una volta sola le permetta di abbracciare il presente, il passato, e il futuro.
Sull'aereo, celata dietro un grande cappello di paglia comprato a Rio de Janeiro, dietro occhiali da sole piccoli e neri scelti a New York, dietro l' "Elogio dell'Ombra" di Borges conquistato a Barcellona, emergono gli snodi sfuggenti e cruciali del suo eterno vagabondaggio che è, da sempre, una fuga e un assalto. E su cui è riuscita a ritagliare negli anni addirittura un'onesta credibilità professionale.
Ha camminato per le vie di Baghdad vergognandosi di frugare negli occhi di pece senza pace dei passanti. Ognuno una storia, ognuno una musica, ognuno una fiaba invissuta,  ognuno un incubo.
Ha sognato e sorriso tra i fiordi, ebbra di freddo e di azzurro, sentendosi ospite anche lassù. Troppo calda e troppo imperfetta, per lassù. Per la cortesia  pacata di occhi chiari e chiome biondissime e idiomi gutturali  estranei come echi di stormi di uccelli su rotte imperscrutabili.
Si è persa per le strade di Tokio, a cercare oltre i visi impassibili dei locali il sangue e il vento che a quelli la accomunasse, o che da quelli la dividesse.
Ha seguito troppo a lungo percorsi consacrati dai romanzi, se n'è infine stancata, e ora ai suoi viaggi chiede solo l'esperienza primitiva e primordiale di un impatto con terre vergini.
In fondo, aspetta.
La svolta risolutiva.
Cercarla in sè stessa, o nel mondo. O nel varco sincronico che unisca sè stessa al mondo, e che la porti a dire, un giorno. "Ecco. Questo è il mio posto. Questa la mia gente. Mi fermo qui."
Ma sono attimi.
Che la colgono all'improvviso, in luoghi immediatamente familiari, e subito dopo nuovamente estranei.
E' mamma gatta che cerca una tana confortevole in cui far nascere i suoi piccoli.
E che si illude di averla trovata, prima che qualche rettile strisciante, prima che qualche tafano molesto, prima che qualche cane idrofobo renda quell'ipotesi impraticabile.
Qui non va bene. Non va bene nemmeno qui.
Non ci penso. Non voglio pensarci. Accadrà quando deve.
Sull'aereo, dietro le lenti scure, Gloria ride e piange. Vivere è così maledettamente bello.
Vivere è così maledettamente orribile.
Vivere è così maledettamente difficile perchè spesso i motivi per cui vivere è bello e i motivi per cui vivere è orribile coincidono.




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28 febbraio 2005

Le metamorfosi, gli ancoraggi.

Ali di corvo, notte eterna, incantesimo di fata silenziosa che parla con gli occhi bistrati di kajal e di inquietudine danzante con le maree e con la luna e con le querce, nel margine sottile che pone, tra l'identità e la vicinanza, il sigillo e il suggello di una mobile e ricamata iridescenza di rugiada.
E' presenza obbligata a donarsi senza parlare e senza parere.
Là, dove il vecchio muore, e il nuovo ancora non nasce.
Erica abita là.
Dove il linguaggio ha corso il suo tempo, e ha perso.
Dove solo la poesia in parole e immagini e suoni svetta su tramonti di fuoco e su albe di vento.
Pura essenza, destinata a trascendere anche sè stessa e il margine di distanza che ancora la agita, e che colma con il sempre provvisorio respiro poetico, verso il sempre più compiuto unisono con Pan. Dalla linfa che scorre negli alberi, ai moti eterni delle galassie.
Lui, il Principe, la tenta verso la terra, verso il diniego del passo oltre i nembi e le aurore.
Erica, smaterializzata dalla passione in luce e in vento, teme che tra le sue braccia di magma rovente il loro amore possa declinare in cenere.
Lei sa essere torrente e tiglio e pietra dura e muta.
Lui vuole Erica, prima di tutto. Erica così come i suoi sensi la scolpiscono nel suo cuore. Non vuole una creatura eternamente prossima all'evanescenza di mille metamorfosi. 
Erica si strazia. Sa che vorrebbe essere anche altrove, ancora più in alto e ancora più in basso.
Un giorno. Sarò un pesce. Una ninfea. Un'ondina.
Lei glielo promette con gli occhi.
Lui elude.
Un Principe è, alla fine, sempre un uomo possessivo e geloso.
Lei capitola.
Un'aspirante ondina è, alla fine, sempre una donna follemente innamorata.




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24 febbraio 2005

una cicala

Anche la felicità può essere troppa.
Bisognerebbe imparare a metterne un po' da parte per gli inverni prossimi.
Ma chi ci pensa, agli inverni prossimi?
Una cicala canta, non può fare altro.
E, probabilmente, altro fare non deve.




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24 febbraio 2005

Heilige Kunst

Non può, non si può vivere per la musica.
Dopo aver suonato Beethoven esiste solo l'esilio che, nelle oppressioni operose ed inutili del quotidiano, trascina qui e là la gioia allucinata di chi sia stato ad un passo dal carpire il segreto ultimo e utile a padroneggiare tutta la bufera del vaso di Pandora, e a ricomporla una volta per tutte e per sempre nella sua armonia di contrasti.
A volte ha anche pianto, al pianoforte, lottando contro la resa secca e sillabata delle note espresse dalla  bambina che voleva trasformare la tastiera in un mantello avvolgente di fuoco e di tuono.
Altre volte ha pianto all'ascolto dei concerti per pianoforte e orchestra, una delle sue ossessioni. Ha pianto perchè Beethoven dalle casse acustiche non riusciva a farsi strada nella sua realtà quotidiana senza dissestarla, senza chiederle di venirne fuori, e di vivere solo per lui.
Poi c'è stato Scarlatti.
Ancora, la gioia ipnotica dell'altrove che trascina verso incontri di sguardi e di cuore e di anima nella grazia mai fatua di un settecento in cui la malinconia è la ninfa gentile che non esilia dal mondo, ma dona, a mani lievi, nuvole appena increspate di pioggia e luce brunita.
E naturalmente Don Giovanni di Mozart. L'infedeltà a tutto fuorchè all'attimo gioioso e tragico della seduzione che solleva ai turbini di una felicità egoista e attonita.
Non si può essere musicisti in assenza di una consapevole vocazione a consegnare il proprio cuore e le propria ossa e le proprie viscere a un fuoco perenne, esigente, e crudele. Che in cenere riduca tutto il resto.
E io, che ti amo cosi tanto, e che sono ancora così insopportabilmente felice, devo affrontare nuovamente Beethoven ,e Scarlatti, e il Don Giovanni, che esplodono tutti assieme. La gioia, la seduzione, l'esilio, la malinconia. La mai compiuta tangibilità della musica e dell'amore, che procedono assieme. Realtà e miraggio. Etere diabolico e zolfo celeste.
Un'alleanza che mi fa scoppiare il cuore di armonie e di contrasti.
Non so contenerla, non so contenerti.
Ti amo così tanto.

 




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23 febbraio 2005

memorandum

"Avevo vent'anni, ed ero uno spirito libero.
Eufemismo elegante che nobilitava la mia indole capricciosamente anarchica, e del tutto refrattaria alle coercizioni e alla disciplina.
Ero capitato a Chartres per caso, e uno strano impulso mi aveva condotto a dare un'occhiata alla celebre cattedrale.
Le leggende sui Templari e gli altri esoterismi fioriti alla sua ombra mi interessavano, per quanto la mia ignoranza di studentello tiratardi non riuscisse ad interpretarli che come un arcano e suggestivo guazzabuglio.
Mentre gironzolavo tra le navate a caccia di qualcosa che potesse destare il mio interesse, una fanciulla bionda e bellissima si accostò a un banco, e iniziò a pregare.
Ne fui trasecolato.
E ancora più trasecolai quando, dopo averla seguita fuori dalla chiesa, fu lei a rivolgermi per prima la parola.
"Sapevate che tutte le cattedrali gotiche dedicate a Notre Dame tracciano, sul suolo di Francia, la costellazione della Vergine quale si vede in cielo?"
"No, non lo sapevo.Perchè me lo dite?"
"Perchè voi siete distratto, annoiato. A caccia di aneddoti. E ora vi trovate qui solo perchè attratto dalla fama esoterica di Chartres."
"Voi siete credente, vero?" le chiesi.
"Sì, sono credente"
"Cioè credete nella Vergine, nello Spirito Santo, negli angioletti...eccetera?! "
La fanciulla sorrise: "Anche.Ma non solo.La Spiritualità è un cammino complesso. Sappiamo da dove partiamo, ma non sappiamo dove saremo condotti."
"Io so benissimo quello che non diventerò" replicai, con foga.
"No, credetemi. Non lo sapete."
"Sto impazzendo di curiosità. Voi chi siete? Una suora? Una veggente? Una studiosa di faccende esoteriche?"
"Perchè definire, e definirci? Io ora, ad esempio...vi percepisco. Non vi faccio nessuna domanda. Siete voi a trasmettermi il vostro Essere."
"Io non trasmetto nulla!! Sono un ateo. Un miscredente. Un mangiapreti!"
La ragazza sorrise :"Ora devo andare. Vi saluto. Auguri per il vostro viaggio".
E si allontanò, leggera nei suoi sandaletti di cuoio, mentre la prima brezza del tardo pomeriggio di maggio le sfiorava il vestito azzurro, rendendola, in lontananza, sempre più simile a un fiore.
Chi era, quella ragazza?
E cosa significò, quell'incontro?
Iniziò tutto da lì...o lì si compì tutto?
Fiat Voluntas Dei. "
Il frate richiuse il diario, e si accinse alla preghiera serale.




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22 febbraio 2005

sincronie

Quasi. Non vorrebbe dirlo, ma quest'anno lei e la primavera giungeranno assieme.
Ha da qualche giorno addosso lo stesso sorriso un po' timido, un po' incerto, un po' felice, delle titubanze che scortano l'ultimo passo dell'inverno.
La neve si sta sciogliendo.
Oggi, lui e lei l'hanno percorsa assieme, in slitta, sfidando gli ultimi ghiacci, guadagnando il primo sole dopo tanto tempo. Dopo un autunno di pugnalate reciproche a ferirne i raggi tra le nuvole, dopo un inverno di calci dietro finestre immediatamente sprangate con rabbia.
La neve, intanto, riprende a fioccare.
Ma, questa, non è neve da gelo. E' neve di fiori dal cielo.
Fiori bianchi inattesi. Tutti diversi l'uno dall'altro, i fiocchi di neve sono così. Come gli attimi che ricominciano tra loro due, nel pomeriggio in slitta che corre verso la primavera.




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22 febbraio 2005

Autostrade

Salpa in macchina. Non può fare coast to coast come Scarlet, ultima materializzazione artistica di Tori Amos, in compenso le piacciono le autostrade.
Nastri grigi e ordinati da divorare senza scrupoli e senza reticenze per il gusto sottile e gelido di far scorrere le ruote sull'asfalto, e di farsi attraversare con grinta dai propri pensieri decapitati di ogni indecisione.
Guidare in autostrada l'aiuta.
Tori Amos l'aiuta.
Il krapfen dell'autogrill l'aiuta.
La prospettiva del week end tranquillo, un po' l'aiuta un po' l'inquieta.
Una corriera da Stuttgart deposita turiste di mezza età entusiaste, e lei è nuovamente altrove.
Altri tempi, altre autostrade, altre memorie.
C'e ancora l'Europa, e c'e la Germania, non c'e Eurolandia.
E lei è non al posto di guida, ma accucciata al sedile posteriore, cerchietto rosa tra i capelli. Mentre nottetempo la Lancia bianca abborda le imperiose autostrade tedesche, tra le scie anabbaglianti delle Mercedes che la sorpassano con elegante arroganza.
E ci sono i sogni divisi tra Paese e Paese, prima che gli accordi neoimperiali di Maastricht e Schengen sanzionino la mobilità dei confini e delle merci, e la medesima uniforme per tutti.
Là, oltre le autostrade e i motel, vigilano le foreste, e le ondine del Reno e i Nibelunghi e i sonatori di Brema, e Rosaspina, e il pifferaio di Hamelin.
Non parla. Sempre insolitamente zitta quando va a trovare i nonni nel paese delle fiabe. C'e qualcosa, lì, di impercettibilmente presente. Di minaccioso e tenero assieme.
Da non soffocare con chiacchiere brutali e inopportune.
Ci sono i profili taglienti e folgoranti della bellezza. Oltre il buio dell'autostrada, oltre le scie degli anabbaglianti, oltre le foreste e le case col tetto a punta che dormono, e che come scrigni architettonici custodiscono i sogni.
Perchè la bellezza si staglia come una rosa immobile e inafferabile, oltre il grigiore, oltre il buio, oltre la nebbia, oltre le chiacchiere.
Sempre con lei.
Da sempre con lei.
Da allora e da sempre alla ricerca di qualcosa e di qualcuno che possa non sfigurare al cospetto della bellezza, di quella bellezza.
Da allora e da sempre delusa.
Si rimette in moto, sull'autostrada.
Ma ora non ha più voglia di ascoltare Tori Amos.
Ora ha bisogno di Schumann. C'è Dichterliebe, a farle strada, sull'autostrada.
La guida ne risente. Si fa morbida, senza tracotanza, a seguire e a servire la solita reverie ad occhi aperti su mondi trepidamente inesistenti.




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21 febbraio 2005

Gregor e Jelena

In un vicolo della Città Vecchia di Praga, durante una notte qualsiasi di non molti anni fa, accadde un fatto strano. Il signor Gregor Samsa, nelle metamorfiche spoglie del noto scarafaggio, riuscì a farsi strada -con colpi brevi e secchi delle goffe zampette- dalle pagine del libro che la giovane commessa Jelena Duscek teneva sullo studiolo, come testo di lettura. E, scivolato in strada attraverso la finestra del salotto al pianterreno,-per un caso del tutto fortuito e provvidenziale rimasta semichiusa-, si inoltrò senza indugi per i vicoli di una Praga fiabesca e immobile, sfiorata appena dalle esili folate di una brezza che già profumava di primavera, sebbene non si fosse che a febbraio. Cosa cercava, Gregor? Gregor cercava Jelena, quella bella creatura bionda, dalle mani sottili, che ogni sera leggeva qualche pagina della "Metamorfosi", senza stancarsi mai, e che quella notte non era tornata a casa. Cosa le era accaduto? L'avrebbe ritrovata? Qualcosa, in fondo al suo cuore oppresso, gli diceva di sì. Nei pressi della Torre del Ponte un frantumato assolo di violino lo raggiunse. Gregor, che amava la musica, si sporse un po' oltre il marciapiede per ascoltare meglio. Un giovane musicista ambulante, con pastrano scuro e sdrucito, suonava -sommessamente- alle porte dell'unico caffè rimasto aperto a quell'ora in tutta la Città Vecchia. All'improvviso, la voce morbida di Jelena si sovrappose a quella mesta serenata. La fanciulla era comparsa, raggiante alla porta del caffè :" Suona qualcosa di più allegro, Alexandr" gli disse, ridendo. Un giovanotto con un naso rincagnato da pugile, ma con un aspetto affabile, si era intanto affacciato a sua volta alla porta: " Ehi, Alex! Suona una mazurka, così posso abbracciare la dama!" gridò, lanciandogli a terra due monete sonanti. E Alexandr, senza farsi pregare, attaccò all'istante una danza leggera e sorniona. "Milos! Balliamo?" Il giovanotto cinse la vita di Jelena, e la coppia iniziò a volteggiare, ridendo, sulle note del violino, in mezzo alla strada deserta e fiocamente illuminata dai pochi lampioni. All'improvviso, i due ballerini si accorsero di Gregor che, nel buio, stava rannicchiato contro un cancello, cercando di rendersi invisibile. "Che cos'è?" chiese Milos, additando a Jelena il grande scarafaggio. Jelena, esterrefatta, si avvicinò a guardare: "Gregor..." mormorò. Samsa comprese, dal modo in cui Jelena si era rivolta a lui, che quella fanciulla, lieve e sorridente, per qualche imperscrutabile ed ingiusto motivo conosceva il Dolore. E che, dunque, riconosceva Gregor come spirito affine e fratello. "Gregor..."riprese Jelena, in tono allegro e tenero" Oggi è il mio compleanno.Vuoi prenotarti per il prossimo ballo con la festeggiata?" Per Samsa fu troppo. La vita, calda e vibrante, ora gli scorreva dolcemente a fianco, e lo chiamava a sè, senza nulla chiedere, senza nulla pretendere, se non l'irruenta ed incondizionata adesione ad essa. Per Gregor, dunque, fu troppo. Mentre il cuore gli scoppiava, di una gioia convulsa e dolorosa, si accasciò, inerte, sulle goffe zampette. "E' morto?" chiese Milos. Jelena era rimasta attonita, per qualche lungo istante. "No" rispose, alla fine "Lui non muore." Milos si strinse nelle spalle, perplesso, senza comprendere perchè Jelena avesse gli occhi lucidi, nè se quel brutto, enorme insetto fosse in realtà morto, o vivo, o in che altra accidenti di condizione; mentre, nel frattempo, la luce dell'alba iniziava a tinteggiare Praga di giallo e rosa.




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21 febbraio 2005

I fiori di Casanova

Come nessuno ignora, Giacomo Casanova, ormai prossimo al declino della sua età virile, fu colto da viscerale ed insopprimibile tedio nei confronti della mondanità incipriata e imparruccata che gli danzava attorno.
E , consegnatosi senza rimpianti al dorato esilio offertogli dal Conte di Waldestein, nel suo Castello di Dux -in Boemia- diede inizio alla fase più solitaria e selvatica delle sua esistenza.
Qui, le estasi inattese di fronte allo spettacolo sontuoso che la Natura gli elargiva a piene mani, facendosi sorprendere come un'amante silenziosa e troppo a lungo negletta nello splendore quieto dei boschi attorno al castello percorsi a cavallo, lo condussero pian piano ad interessarsi allo studio e alla coltivazione delle piante, e soprattutto dei fiori.
Il suo raziocinio illuminista, che si dilettava a sezionarli in frammenti asettici di "stelo", "petalo", "pistillo", finì però ben presto travolto da un senso di fluviale stupefazione di fronte al mistero dell'Armonia che si materializzava in quelle piccole meraviglie del creato.
A farla breve, nell'ultimo periodo della sua vita Casanova si scoprì ad amare i fiori come in passato aveva amato le donne.
Ogni nuovo esemplare che fioriva sotto le sue cure lo approssimava un po' di più, nella grazia sorridente dei petali, nell'incanto evocativo del profumo, nel lieve ondeggiare dello stelo a quella che...perbacco....come altrimenti avrebbe potuto definirsi se non l'idea, platonica, del Bello?
Preso da una sorta di insospettata frenesia giardiniera, Casanova quindi seminava, concimava, coltivava fiori su fiori nel parco del conte di Waldestein, che sembrava rinato a una nuova e festosa giovinezza.
Una notte gli accadde di fare un sonno stranissimo.
Innanzi a lui sfilavano camelie, tulipani, margherite, rose tee...
E ciascun fiore pareva rivelargli l'essenza più indecifrata di ogni donna che lui aveva amato.
La marchesa veneziana. Languida ed esuberante come una peonia.
La sconosciuta popolana, incrociata per caso in una calle.Fresca e dignitosa come una violetta.
La giovane attrice parigina. Raffinata e ombrosa come una pervinca.....
Si svegliò di soprassalto, attonito, sudato, e chiamò il servo affinchè gli recasse la lanterna.
Ancora in camiciola da notte e berretta Casanova scese nel parco, e iniziò a percorrere in lungo e in largo i vialetti in fiore, scrutando furtivamente il sonno silenzioso di quelle piccole creature.
Il primo tenue bagliore dell'alba lo colse assopito su una panchina del parco, dopo un'intensa e trasognata meditazione sul mistero dell'Essere, della Bellezza, e sulla contiguità rivelata tra Natura e Spirito.
Jan, il servo, non vedendolo rientrare si allarmò e lo raggiunse in guardino, portando con sè una coperta di lana.
Giacomo Casanova stava dormendo, steso sulla panchina accanto a una siepe di bosso, con un'espressione di certosina letizia sul viso, che stupì, divertì, e un poco anche commosse il giovane servo.
Jan gli distribuì addosso la coperta, con delicatezza, e si allontanò, in punta di piedi, per non svegliarlo.




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12 febbraio 2005

Esercizi di visualizzazione

Mi sono fermata alla bambina bionda sulla bicicletta rossa tra i cipressi. Circolari, come un gazebo frondoso, nel parco del palazzo antico.
Lì mi allenavo ad andare in bicicletta.
Sembrava così facile trovare l'equilibrio.
La prima volta caddi, naturalmente. E naturalmente non piansi. Avevo già appreso che le proprie lacrime non vanno offerte al mondo, perchè c'è sempre qualcuno nascosto a guardare. Lì c'erano solo i cipressi, dei cipressi mi fidavo, ma il non piangere era insomma già diventato una specie di riflesso condizionato, a cui mi sorreggevo nella consapevolezza di aver realizzato qualcosa di prezioso, di unico, e di inimitabile.
Di recente ho ritrovato una fotografia di quella bambina, finalmente amazzone e padrona della sua bicicletta rossa tra i cipressi. Ha uno sguardo imperioso e lacrime rinnegate. Sono stata fiera di lei, e al contempo profondamente addolorata.
Le lacrime inespresse diventano ghiaccio.




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12 febbraio 2005

Con una specie di...

Con una specie di tranquilla disperazione lei si fa prendere, si fa vivere, si fa distruggere, si fa rinascere.
Questa non è una storia.
Sono attimi che divorano altri attimi.
Con una specie di iperbolico cinismo lui la travolge di rose e di orchidee, pur sapendo da sempre che il suo cuore fiorisce soltanto con le margherite e con le viole.

Ti penso. E mi manca il ricordo del respiro.

 




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9 febbraio 2005

Fiori gialli

Nebbia, stasera.
Innanzi all' Ipermercato, un extracomunitario vendeva fiori gialli che nessuno voleva comprare.
Eppure, splendevano come fiamme di luce, quei poveri fiori gialli nella nebbia.
Sono stata malissimo.
Non erano tanto il mio carrello pieno, o la mia bella macchina, a dividermi da quell'extracomunitario, e da tutti i diseredati del globo.
Erano quei fiori gialli ad accomunarmi a loro.
A fare di noi dei vinti. Degli oppressi. Dei senza speranza.




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9 febbraio 2005

Quel Carnevale

 Quel Carnevale le maschere impazzirono.
Fate travestite da streghe, streghe travestite da fate, streghe travestite da streghe, e fate travestite da fate.
Qualcuno aveva deciso che nessuno dovesse più capire chi fosse chi.
E, infatti, nessuno avrebbe saputo dire con precisione dove finissero i profili di merletto bianco e nero e dove iniziasse il volto. Delle fate, delle streghe, e delle altre mascherine.
"Ma insomma anche a Carnevale dovrebbero esserci delle regole. O no?" osservò una fatafata
"No, direi di no" replicò una stregastrega
"Il bello è proprio questo!" intervenne una stregafata "Sì sì!" convenne una fatastrega "Il bello è comprendere come non esista nulla di meno stabile della propria identità. Poter essere prima strega, e poi fata, e poi magari assieme fata e strega."
Le altre mascherine ne convennero.
Solo la prima fata sembrava perplessa.
Nel suo abito azzurro, lei ancora credeva alla propria identità.
Tanto da non essersi neppure mascherata.
A vederla strega ci avrebbero pensato altri sguardi, altre maschere.
E forse avevano ragione.
Un po' strega forse lo era davvero.Senza per questo smettere di essere fata.
Di certo c'era solo che quei discorsi le avevano provocato un gran mal di testa, sicchè decise di non mettervi più becco.
Le mascherine salparono in gondola sul Canal Grande, sprizzando coriandoli e stelle filanti che travolsero Venezia come una bufera felice.
Quel Carnevale, così pareva essersi convenuto, sarebbe durato tutto l'anno.

 




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2 febbraio 2005

Fabula

Ha incontrato un Cantastorie.
Un Cantastorie vero, di quelli che parlano fiabe e filastrocche e ali festose di pettirosso e raggi di sole assonnato all'aurora.
Ha incontrato un Cantastorie che per fare innamorare la donna ha cercato e trovato la bambina.
Ha spazzato la sua tristezza, la sua noia, e la sua inappartenenza, oltre le colline.
L'ha fatta ridere, mentre spazzava via tutta quella noia e quella tristezza e quella inappartenenza.
Oh, ma quanta tristezza e quanta noia e quanta inappartenenza c'era da spazzare via! Il Vento del Nord è giunto in aiuto, ha soffiato forte, sgombrando il cielo di nuvole accigliate e imbandendo la loro primavera.
E c'erano gli scoiattoli, e le viole, e le coccinelle, e c'erano molti altri ospiti ancora. Tra le betulle e i calici di vino bianco di quella fragrante, ariosa, e impertinente primavera.

L'inverno è stato duro.
E sarà più duro ancora quando, là fuori, fiorirà la perfida stagione nei suoi incanti fasulli.

 




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1 febbraio 2005

A Blue Love Affair


Lo ha odiato per anni, quel colore.
Blu era la resa, era la fuga, era l'eterna e fastidiosa mobilità di un orizzonte inarrivabile.
Le piaceva solo il rosso.
Rosso era la presenza, era il momento acceso, era l'inizio di ogni progetto e la perseveranza nella buona e nella cattiva sorte.
Al giro di boa dei trent'anni, progressivamente, il rosso è stato relegato a qualche rossetto glamour, a un paio di camicette di seta, alle rose e ai papaveri, e al caminetto scoppiettante nella casa di campagna tra gli abeti.
Ora sogna in blu, sorride in blu, e cerca di ricondurre persone e situazioni al blu.
Per il suo compleanno si è regalata uno zaffiro blu che si ricorda di catturare la luce quando lei la perde di vista.
Non le erano mai piaciuti in modo particolare nemmeno gli anelli. La simbologia del cerchio la intimidiva e la indisponeva, e la faceva sentire un poco anche in trappola.
Ma questo anello è diverso. Un dono fatto a sè stessa. 
Nei migliori auspici, l'inizio di un fidanzamento destinato a durare tutta la vita.
Come diceva Oscar Wilde dell'amore per sè stessi.
Una bella, recente scoperta.

 




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31 gennaio 2005

Corridoi

A rombi neri e bianchi, che a Giulia parevano immensi, percorrevano il collegio come le famose strade dell'inferno lastricate di buone intenzioni.
Erano angoscianti e familiari al tempo stesso, quei rombi.
Loro, le bambine, per demitizzarli, ci giocavano saltellando tra l'uno e l'altro improvvisando giochi di strada, finchè non si profilava all'orizzonte una suora a riportare l'ordine.
Quando Giulia li percorreva da sola,  invece, quei rombi sembravano gli alfieri silenziosi e infessibili  delle porte, tutte rigorosamente chiuse a chiave, che si ergevano sontuose e cupe, sui corridoi.
Giulia fantasticava su cosa ci fosse dietro quelle porte.
Era convinta che le suore sognassero, anche loro, e che dietro quelle porte ci fosse quello che rendeva la loro vita bella e piena. Quello di cui le suore erano gelose, e di cui non facevano partecipe nessuno.
Giulia non avrebbe saputo dire con chiarezza cosa. Ma lì dietro, ne era più che certa, si celava qualcosa di bello, e minaccioso, e inattingibile.
Il collegio era così.
Un tempo sospeso. Collassato su sè stesso.
Che proteggeva dalle insidie del mondo mentre di quelle insidie generava desiderio e nostalgia.
E la prima casa tutta per sè che Giulia acquistò era infatti percorsa da un lunghissimo corridoio.
Un appartamento in un palazzo d'epoca, rigorosamente retrò.
Ora, Giulia se la sente stretta, quella casa.
Ha deciso di cambiare.
Vuole attorno a sè ambienti di luce, ariosi, senza corridoi e senza porte gelide e segrete che li cingano.
Giulia se lo dice sottovoce, ma forse sta crescendo.

 




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30 gennaio 2005

Quando i Bateaux Mouche...

Siamo stati due clochards, nella nostra vita precedente.
Tu lo neghi. Ma ti tradisci quando guardi il cielo, cercando il gris-Paris che ti insegue e che ti possiede, da allora.
Non hai mai saputo che fartene dell'azzurro.
Ho cercato di fartelo amare nei myosotis, e nei vestiti leggeri che mi accompagnavano quell'estate che avrei voluto incondizionatamente azzurra, e nei piccoli quadri che compravo per te da un artista di strada che alle sue opere affidava la memoria del cielo di Provenza.
Gris-Paris era l'impermeabile che indossava la tua tenerezza distratta l'ultima  volta che sei passato a prendermi, e gris-Paris è stata la nostra ultima sera, assieme. Quando i Bateaux Mouche sulla Senna che conducevi, stanchi di inoltrarsi in percorsi solo a noi due noti, si sono piano piano sottratti al tuo comando, e arenati e dissolti nelle brume di un miraggio mutilato. Di una partitura fluviale ripetuta infinite volte, e sempre tristemente inapprossimata all'interpretazione autentica voluta dall'autore. Dai due autori.
Sei sceso dal Bateau Mouche e hai fatto perdere ogni traccia di te in una città che non conoscevo, e in cui non ho voluto raggiungerti.
Siamo stati due clochards, nella nostra vita precedente.
Che ti piaccia o meno.
Qui, ora, adesso, nella quotidianità metropolitana che nostro malgrado ancora ci unisce e ci divide, il grigio detta legge in tutta la sua rassegnata  passività compromissoria. E nei cieli alogeni e industriosi che ora ci sovrastano troppo spesso ti concedi di cercare tracce superstite di quel cielo, del cielo di Parigi. L'unico cielo che sappia proteggere e benedire gli amanti, senza opprimerli.

 




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29 gennaio 2005

Voleuse de Regards

Ha una debolezza. O una perversione. O una passione. E' una voleuse de regards. Una ladra di sguardi.
In assenza di fiabe narrate e vissute, ruba sguardi che vivano e che narrino.
Ruba con la fierezza, con il trasporto, con l'ingenuità furba e veniale di chi non rinuncia a farsi bambina pronta ad incantarsi, e a sollecitare in ogni modo questo incanto. Da cui trarre vicende, e stagioni, e castelli.
A volte le capita di voler forzare quella porta che la separa da uno sguardo e dagli spazi invisibili in cui esso abita. E chiede, e si informa, dove si trovi via Battisti, o l'edicola più vicina. Per nessun altro motivo diverso e ulteriore dall'emozione di vedere quello sguardo percorrere domande e risposte e itinerari e situazioni concrete e per un istante condivise.
Ma resta una silenziosa voleuse de regards. Senza complicità peregrine inseguite in parole, e tra parole, e con parole.
Ruba senza nessun senso di colpa. Ruba per meglio scrutare tutti gli ingressi, in attesa di scegliere quale sia la porta che l'attende, per ricominciare da capo. Nel suo cappotto bianco, carezzato da una pioggia che piano piano va facendosi sottile, non invasiva, quasi inavvertibile. Per ricominciare da capo. Senza pioggia. Senza furti e senza refurtiva. A mani nude, fiduciose. Pronte a spalancarsi del tutto, per accogliere il paradiso.

For occupation this:
The spreading wide my narrow hands
To gather paradise.
(Dickinson)

 




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28 gennaio 2005

Amplessi di parole. Amplessi senza parole.


Abbiamo spremuto le parole come arance mature, per trarre da esse tutto ciò che poteva incantarci. 
Gioia. E dolore.
E per inabissare l'una nell'altro.
E viceversa.

Buttiamo via le arance.
Spremute abbastanza.
Spremi i miei sensi, ora. Spremi solo i miei sensi.
Amami come una piccola selvaggia affamata di deliziose brutalità, e incapace di tradurle in eleganti planimetrie verbali.
Le parole, le andremo a cercare dopo.
Ai bordi della strada scoscesa.
Vedremo se riusciremo a trovarne qualcuna, intatta.


 




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27 gennaio 2005

Scogli

Capitano. Incontri nell'ombra rigorosa e trasognata di caffè fuori dal tempo, o di angoli di città traversati dal vento, da fiocchi di neve, dal sole, dalla voglia di condividersi e carezzarsi tra le parole.
Quando ogni timida aspettativa si sfibra in un silenzio che sovrasta parole inadeguate a sfiorarsi e a prendere il largo, assieme, oltre gli scogli delle frasi fatte e del placido comune sentire che le abbia forgiate a baluardo collettivo contro l'ignoto.
Nonostante i sorrisi, le risate, le battute, la cordialità reciproca.
Lei cerca, con delicatezza, di indagare a tentoni l'esistenza di un passaggio tra gli scogli, tra questi scogli, verso il mare aperto. Verso la fascinazione bella e pericolosa del mare aperto.
Lo trova di rado.
E ogni volta per lei è una sconfitta. Un' umiliazione. Un dolore.
Sapersi cieca, e sorda, e muta, innanzi a un'altra anima.




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25 gennaio 2005

Après Vous, le Déluge

Fuori ha gelato.
Ha gelato anche dentro.
E ora soffia un vento perfido. Che acceca, che fustiga, e che non perdona.
Che mi insegue, che mi circuisce e mi corteggia fin dentro le ossa.
Che mi vuole.
Ho deciso di cedere alle sue avances.
Crudeli ed effimere abbastanza da competere con le Vostre.
Tra strade di ghiaccio e cieli immobili, duello e resa.
Eluderlo, in cappotti immacolati di speranze disattese e stivali aguzzi e cappello nero, arcano.
E infine accoglierlo. Travolgente e spietato di scudisciate gelide come baci venefici sul viso, sulle gambe, sulle mani.
Sono l'amante del vento di gennaio. Che frusta, che inchioda, e che ammalia.
Come Voi. Più di Voi. Meglio di Voi.
Vedete bene che non ho deposto ancora tutta la follia tra i bauli degli abiti usati e dismessi di fine stagione.


P.S.
Siete geloso?




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23 gennaio 2005

MARZIA, LO STAGIRITA, E IL GRILLO PARLANTE

Ecco qui.
Ipse dixit.
POETICA (1459a):
"La cosa più importante di tutte è riuscire nelle metafore. Soltanto questo infatti non è possibile desumere da altri ed è segno di genialità, perché saper comporre metafore vuol dire saper scorgere la somiglianza tra i dissimili."
E dunque. L'insalata di lattuga e pomodoro e mozzarella delle ventuno, metafora (poco sublime, ma pertinente) di una terrigna e policroma solitudine, è dedicata ad Aristotele e al suo riscatto tra i filosofi negletti da quel dì.
Chi lo avrebbe detto. Sorride, tra sè, e intanto un fruscio tra termosifone e piastrelle annuncia ospiti inattesi.
"Ma tu guarda. Un grillo scampato al letargo per venirmi a trovare. Cercavi me o una foglia di lattuga non transgenica e raccolta e curata e lavata con amore?"
"Non eludere come al solito, Marzia. Non con me."
Marzia non fa una piega. E si versa da bere. Ha visto e sopportato ben di peggio, e di ben più inenarrabili scempi, di un grillo parlante qualunque autoimpostosi nella sua cucina all'ora di cena, in una sera qualunque di un gennaio liscio come l'olio e conseguenziale come un savio orologio svizzero.
"Non eludo. E' che sai già tutto. Che grillo parlante è un grillo che parla senza sapere tutto?"
"Evidentemente non ne so abbastanza da non convincerti a prendermi amabilmente a calci"
"E' il destino dell'autocoscienza, caro mio. Difficile andarci d'amore e daccordo, sempre e comunque."
"Sì, Marzia, ma tu non ci provi nemmeno. Hai deciso di chiudere la vita fuori dall'uscio, e di ritenere questa scelta la migliore delle scelte possibili. Se permetti, sono qui per ricordarti che sbagli."
"Sbaglierò. Ma almeno da oggi sbaglio con l'avallo di Aristotele. Il quale ripete, or saranno un paio di millenni e qualche secolo, che una buona metafora caratterizza una persona geniale. Quindi, venendo a noi, la circostanza  plateale ed inequivoce di aver perso un principe delle metafore, si configura, aristotelicamente parlando, come qualcosa di cui potersi legittimamente dolere senza sentirsi troppo stupide"
"Va bene. Ma oltre al fatto di esprimersi divinamente e di piacere pure ad Aristotele, che altro aveva?"
"Uhm. Era anche quello che il gergo elitario postmoderno definirebbe un gran figo. Posso permettermi questa caduta di stile?"
"Sei fin troppo a terra, Marzia. Dove vuoi cadere, ancora? "
"Più in basso possibile, ovvio. Il rimpianto ha un retrogusto delizioso, a volte. E comunque. Sempre meglio del nulla che cinge d'assedio i miei giorni."
"Sei di un egocentrismo che mi farebbe sorridere, se non mi irritasse. Mia cara, tu dovresti andare un po' a spasso tra i problemi altrui. E poi rivedere i tuoi."
"Ah, caro mio! Il cuore che batte è sempre lo stesso. Per i guai miei, e per quelli altrui. Che cambia? Cosa cambiarebbe?
"Cambia che almeno la smetti di ritenerti la titolare di un dolore privilegiato e insuperabile. Soffri, come soffrono tutti. Mettitelo in testa, una buona volta. Una volta appreso questo, il mondo ricomincerà a parlarti."
"A dirla tutta. Il mondo mi annoia. Lo sai, no? Tolti gli animali, le piante, i fiori e le nuvole, nessuno ha nulla da dirmi."
"Sei diventata davvero stupida, Marzia. Tornerò a trovarti ancora, sappilo."
"Fa come vuoi. Io sto qui."
"Spero di non trovarti più qui, invece, la prossima volta. Nel mondo si aggira un bel po' di gente che potrebbe interessarti."
" Ne conosci qualcuno? Portamelo qui, e se ne riparla."
"Sì, certo, ne riparleremo. Ma fuori da qui, Marzia. Ti prego. Fuori da qui."
"Uno a zero per me, caro grillo. Mi piange il cuore dirtelo. Avrei voluto, vorrei, che vincessi tu."
"Vincerò io, stai tranquilla. E' solo questione di tempo."
"Sicuro di non volerei una foglia di lattuga? Un sorso di vino? Una metafora?"
"Dio mi scampi, Marzia.Ho già cenato. E...Aristotele sapeva benissimo che la vita non è solo questione di metafore. "
"Ok. Ma viverla poeticamente ne riscatta la miseria."
" Vado. Riguardati, Marzia."
"Di già?"
"Sì. Ho altre coscienze da visitare."
"Vai da lui?"
"Non lo escludo. Ma nemmeno te lo prometto. E comunque non lo dovevi cancellare? Che ti importa se riceva o meno le mie visite?"
"Sparisciiiiii!!!!"
Apre la finestra.
Il grillo salta fuori, e l'oscurità circospetta della notte l'inghiottisce.
Si rivedranno ancora...




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23 gennaio 2005

LA GIOIA. NONOSTANTE.

Non credo, non credo affatto, al dolore come patente di nobiltà dell'anima più di quanto lo stesso privilegio possa accordarsi alla gioia. Anzi. Il dolore ci riguarda tutti. La gioia, quella reale, è concessa a pochi. La gioia, quella reale, è fiamma e luce da stanare sotto le ceneri, sotto i cocci laceranti del disinganno. In quanti ci riescono, a provare gioia, nonostante?
Quella vera non sorge dal favore delle circostanze, nè per lo sfavore delle circostanze si estingue.
C'è. E' la gioia di essere. Nonostante.
Il cielo, quello non consegnatoci da altri, ma quello da noi quotidianamente forgiabile, esiste ancora. Non manca una sola stella. E, all'appello, risponde ancora il pettirosso, tra i rami. Lo stesso che emozionava Emily, ad Amherst.
La gioia è cessazione dell'esilio. Comprensione istintiva del fatto che, tutti esiliati, non esista in effetti nessun esiliato.
Il mondo, a volte, sa essere bello.
Oltre i crucci spesso manieristici e manierati di un dolore ossessivamente indotto a perseverare in sè stesso che lo ammanta ad oltranza di una coltre di nebbia e di spine.




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